Il Talento Magico delle giovani Scintille Divine
Il ponte che non stiamo costruendo con i nostri figli
di Stefano Petrucci

C’è una parola ebraica nella Bibbia che, tradotta in profondità, non significa “arca” ma “linguaggio”. È la parola con cui si racconta l’arca di Noè e come superò il reset del pianeta. E mi ha sempre colpito, perché suggerisce una cosa che considero centrale in questi anni: quando arriva una tempesta, l’opera più grande che possiamo compiere è costruire un ponte verso ciò che viene dopo di noi. Un linguaggio, appunto — che nasce prima di tutto dall’ascolto.
Sono padre di tre ragazzi, una figlia di 24 anni e due maschi di 17 e 13, e da anni mi occupo di talento, formazione, crescita interiore. Se c’è una cosa che vedo con chiarezza sempre maggiore, è questa: la distanza tra noi adulti e le nuove generazioni non è mai stata così ampia — e insieme così carica di potenziale. Questi ragazzi arrivano con frequenze diverse dalle nostre, sono cresciuti in un mondo saturo di informazioni come nessuna generazione prima, e portano dentro un potenziale enorme che rischiamo, senza volerlo, di spegnere invece che accendere.
Se siete genitori, insegnanti, educatori — o semplicemente adulti che sentono di camminare su una strada di crescita della coscienza — probabilmente avete già intuito qualcosa di simile: il vecchio modello, quello dell’adulto-autorità e del figlio in ascolto per timore, è caduto da tempo. Ma al suo posto non abbiamo ancora costruito nulla di davvero stabile. E in quel vuoto, i nostri ragazzi restano spesso soli.
Una storia vera
In una scuola del nord Italia, qualche mese fa, tre ragazzi hanno dipinto di notte i muri del loro istituto, sapendo benissimo a cosa sarebbero andati incontro. Non erano vandali in cerca di guai: erano disperati. Non dormivano più, avevano attacchi di panico, e nessuno — insegnanti, preside, genitori — sembrava accorgersi di loro. Quel gesto era l’unico linguaggio che avevano trovato per farsi vedere.
Ho trasformato questa storia vera in uno dei diciotto racconti che compongono Talento Magico, il mio nuovo libro per ragazzi. Perché quella scena, con varianti diverse, io la vedo continuamente: nelle famiglie che seguo, negli sguardi dei ragazzi che per anni ho accompagnato nell’orientamento scolastico e professionale. Sguardi spenti, o sguardi che sfidano — e sono proprio questi ultimi, quelli più “scomodi”, a custodire la scintilla più viva.
Chi insegna lo sa meglio di chiunque altro: le classi di oggi sono osservatori privilegiati su un disagio che spesso chiamiamo “disturbo” ma che è, più semplicemente, un messaggio che non sappiamo ancora leggere. E basta un solo insegnante — uno soltanto, in un’intera scuola — per far riemergere la parte più luminosa di un ragazzo che si sente invisibile.
Dal correggere al riconoscere
C’è un cambio di paradigma di cui parlo spesso, e che considero la vera chiave di volta: dobbiamo imparare a passare dal correggere al riconoscere. Sembra un dettaglio linguistico. Non lo è.
Quando un adulto vede qualcosa che non va in un figlio o in un allievo, la prima reazione — istintiva, quasi automatica — è cercare la mancanza e proiettare su di essa il proprio modello risolutivo, spesso ereditato da chi ci ha cresciuto. È una reazione che nasce, per quanto possa sembrare strano, da una nostra insicurezza più che da vera autorevolezza. E il ragazzo, se si sente giudicato prima ancora di aver parlato, semplicemente si chiude.
Riconoscere è un’altra cosa. Significa fare le domande giuste — non “cosa ne pensi?”, ma “come ti sentiresti se…”. Non è una sottigliezza: è la differenza tra un’opinione astratta e un ascolto che li fa entrare davvero in contatto con se stessi. E significa anche saper distinguere i tempi: se un ragazzo sta facendo qualcosa di pericoloso, il momento di correggere è ora, subito. Ma se il fatto è già accaduto, la cosa più difficile — e più necessaria — è aprire uno spazio dentro di sé prima ancora di rispondere. Ne parlerò più diffusamente nell’intervista che sto per registrare, perché è un tema che merita ben più di un paragrafo — ma la direzione è questa.
Ragazzi cresciuti nell’astrazione
C’è un aspetto che considero il vero tallone d’Achille nel dialogo con questa generazione, ed è il loro rapporto ambiguo con ciò che è reale. Cresciuti dal 2005 in poi con uno smartphone in mano, sono esposti a una quantità di informazioni che dieci anni fa era letteralmente un millesimo di quella odierna — informazioni pensate per essere consumate, non digerite. E ogni informazione, anche minima, ha bisogno di un tempo di elaborazione che oggi non c’è quasi più.
Il risultato è curioso, e ne scrissi già alcuni anni fa in Iperconnessione digitale e mutazioni umane indotte: i telegiornali sono diventati i più grandi fantasy, mentre i film fantasy sono spesso i più grandi telegiornali. Tutto si confonde in un’unica astrazione. Ed è per questo che raramente un ragazzo si chiede davvero “e se fosse tutto vero?” — anche dopo aver visto centinaia di film su alieni o mondi magici. La loro curiosità è diventata orizzontale, un consumo continuo senza approfondimento. Farla tornare verticale — farla diventare di nuovo una domanda che morde — è forse il compito più urgente che abbiamo come adulti.
La fiducia come atto d’amore
Se dovessi condensare tutto in un’unica parola, sarebbe fiducia. Non fiducia ingenua, ma fiducia come forma più concreta dell’amore. Uso spesso l’immagine della risacca: quando il mare è in tempesta, prima che si calmi si crea una corrente fortissima che trascina tutto al largo. Se non abbiamo fiducia che questi ragazzi, nel momento giusto, sapranno fare la bracciata per uscirne, siamo noi i primi a costruire in loro la paura che diciamo di voler evitare.
E c’è un ultimo tassello, forse il più profondo, che nell’intervista approfondirò con più calma: la consapevolezza che queste sono anime in viaggio, non esperienze che iniziano e finiscono in questa vita soltanto. È da qui che nasce una fiducia diversa — più stabile, meno dipendente dalle nostre paure.
Perché ho scritto Talento Magico
Sono temi troppo ampi per un solo articolo, e proprio per questo ho deciso di dedicare loro un’intervista intera, che vi invito ad ascoltare quando uscirà: perché qui posso solo aprire delle porte, mentre lì avremo il tempo di attraversarle davvero.
Nel frattempo, Talento Magico è il mio modo di offrire uno strumento concreto — non un trattato, ma diciotto storie pensate per ragazzi tra i 14 e i 25 anni, illustrate, capaci di aprire un dialogo che spesso le parole dirette non riescono ad aprire. È il primo titolo della collana “Scintille Divine”, pensata per tradurre in un linguaggio accessibile ai giovani anni di lavoro su talento e crescita interiore. Può essere letto da soli. Funziona ancora meglio letto insieme, magari creando in famiglia un piccolo cerchio dove una storia diventa il pretesto per affrontare, senza giudizio, ciò che davvero conta.
Credo che questo libro — e l’intervista che lo accompagnerà — possano darvi qualche strumento in più per costruire, con i vostri ragazzi, il ponte di cui parlavo all’inizio. Non per portarli dove vogliamo noi, né per lasciarli semplicemente dove sono: ma per incontrarli, davvero, a metà strada.
Stefano Petrucci
Qui trovi il link a Talento Magico https://www.stefanopetrucci.com/prodotto/talento-magico/


