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Sabato, Maggio 30th, 2009
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Siamo tutti cresciuti considerando positivo il significato del termine “competitività”. A scuola, nello sport, nella società, nel lavoro. Perfino la competitività tra paesi ci è sembrata normale, anzi auspicabile. Così se un paese si arricchisce vuol dire che un altro si impoverisce. Nel modello competitvo non è prevista la possibilità che tutti i paesi crescano insieme. Un altro paradosso è poi il fatto che la misurazione delle perfomance della competitività si calcola con il PIL che non tiene in calcolo i fattori del benessere, piuttosto quelli del consumismo…(approfondisci). L’Italia perde punti in competività internazionale da più 20 anni ed ancora non ha capito che non è quella la sua strada.
Ciò che l’uomo incomincia a capire è proprio questo: il destino è comune, il futuro è comune. Gli effetti negativi derivanti dai modelli di sviluppo sbagliati prima o poi investono anche i privilegiati o i loro figli. Allora forse è urgente spostare il paradigma della progettazione del futuro: non più pensare per sè o pochi intimi e per risultati immediati o a breve, ma pensare ed agire per interessi comuni e collettivi con effetti capaci di durare a lungo termine.
Siamo così drogati dall’accezione positiva del termine competitività che rischiamo di dimenticare l’unica alternativa possibile: cooperare. Aiutare l’altro a crescere. Ciò vale tra persone, tra imprese e tra paesi.
Paradossale? Utopico? Stupido? Ingenuo? …no!…direi pittosto Saggio e Coraggioso!
Vi lascio un’immagine di un’opera tratta dalla mostra Good 50×70 che molto bene rappresenta il concetto di cooperazione come reale vittoria competitiva.
Ed ora “godiamoci” questi due video…
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<<È sul raggiungimento di sempre migliori performance del PIL che si fondano i modelli di competitività di tutti i paesi del mondo e quindi anche delle imprese. In nome del PIL si praticano accelerazioni insostenibili.>>
La corsa alla globalizzazione forzata ha messo di fronte ai propri limiti l’ultima delle folli frontiere dell’homo oeconomicus: il mercatismo[1].
La sfrenata e miope concezione che le logiche del mercato debbano essere assecondate a tal punto da far dipendere da queste non solo le strategie delle imprese ma perfino i processi macroeconomici e per di più gli indirizzi di politica nazionale ed internazionale, è arrivata al capolinea. E purtroppo, scendendo da questo treno suicida, lo spettacolo che ci viene offerto è devastante.
L’uomo, troppo distratto dalle conquiste dell’effimero, ha dimenticato se stesso. L’uomo, consumatore schiavo di false felicità.
Ed è così che abbiamo rinnegato la saggezza dell’agricoltura, scambiandola con i dopaggi chimici che violentano ed inaridiscono la terra. Per questo abbiamo lasciato inquinare le fonti naturali d’acqua per poi imbottigliare acque morte. Per questo la ricerca del tempo libero è oramai maggior causa di stress della sua mancanza. L’uomo, tra le rovine imbellettate di questo scenario, a questo punto comincia a capire che è il futuro dell’umanità che si sta logorando.
Basti solo per un po’ riflettere sul criterio con cui viene calcolato il progresso di un paese: il PIL[2].
Il PIL passa come l’indice capace di esprimere la “ricchezza” di un paese e cioè la somma dei consumi (o dei redditi) prodotti in un anno. In realtà il PIL è solo un numero e come tale esprime solo “quantità” e non “qualità” e per di più di merci e denaro e quindi di fattori tangibili. Il PIL esclude drasticamente nel proprio conteggio il “valore” e l’”impatto” che le cose che si producono e si consumano hanno sul reale benessere del paese e dell’uomo. <<Il PIL trascura la qualità dell’aria che respiriamo e quella del tempo che viviamo,…non tiene conto della sanità o dell’istruzione pubblica, del grado di sicurezza o dell’igiene dei centri abitati, del livello di convivenza civile e dell’educazione civica, dei rapporti sociali e individuali in azienda o in famiglia,…è incapace di riconoscere il senso di una giornata di sole…, insensibile al fascino di un panorama quanto al piacere di un pasto ben cucinato.>>[3]
<<Così il cibo in scatola fa aumentare il PIL perché produce costi ambientali. Una petroliera che si spacca fa aumentare il PIL perché dovrò ricostruirne un’altra e pure le coste da ripulire, i pesci e gli uccelli imbrattati da curare mi fanno alzare il PIL, e quando siamo in coda sull’autostrada il PIL aumenta perché bruciamo carburante, che inquina, e se l’inquinamento ci fa venire un tumore tanto meglio, malati e ospedali fanno aumentare il PIL. Un incidente fa aumentare il PIL. I prodotti fuori stagione fanno alzare il PIL perché costa di più produrli, perché più fertilizzanti, erbicidi e pesticidi uso, aumenta il PIL. E pazienza se l’aereo che porta asparagi dal Perù e fagiolini dall’Africa produce Co2 perché si alza il numeretto magico del benessere. E poi i prodotti fuori stagione posso venderli ad un prezzo più alto. E’ meglio vendere un chilo di fagiolini a gennaio a 4 e 99 al chilo, che un cavolfiore di stagione a 0.99, perché anche questo fa aumentare il PIL.>>[4]
Eppure è sul raggiungimento di sempre migliori performance del PIL che si fondano i modelli di competitività di tutti i paesi del mondo e quindi anche delle imprese. In nome del PIL si praticano accelerazioni insostenibili.
A ciò si aggiunge poi che l’eventuale risparmio, sia che provenga dalle imprese che dai cittadini, va a finire nel sistema bancario servendo così a finanziare il futuro del mercato, progettato da chi non ha interesse ad invertire questa folle tendenza.
Ed allora, cos’è il mercato? Chi decide nel mercato e per il mercato? Non certo il consumatore, sebbene dagli anni ’80 le imprese proclamino la ricerca di una buffa costumer satisfaction dichiarandosi così “consumer oriented”. Non certo il cittadino sempre più assuefatto alle logiche affaristiche della politica. Nel mercato decide chi ha i capitali. Ed i veri capitali mondiali, già da qualche decennio, sono prevalentemente nelle mani delle organizzazioni criminali, delle mafie. Ecco chi governa le “logiche del mercato”, ecco a chi stiamo affidando le evoluzioni del mercato. Ecco chi guida quel treno. In questa ottica la “soddisfazione del cliente” c’è, ma corrisponde un po’ all’estasi chimica ed amara del tossicodipendente. E così i prodotti e servizi con le loro infinite innovazioni sono le nuove dosi da distribuire al lato oscuro del consumatore. Per soddisfare quella parte dei desideri e bisogni dell’uomo che però non sa più fare bene i conti con i veri desideri e bisogni dell’umanità.
E per consumare quei prodotti poi il consumatore è chiamato a produrre attraverso catene di montaggio sempre meno industriali e più sociali e, come un pusher, a distribuire. I livelli di produzione e di distribuzione minimi non sono casuali. Sono sempre più elevati perché devono garantire di poter consumare di più. In questo circolo, vizioso per il consumatore e virtuoso per il “mercatismo”, il frutto dell’uomo che lavora e produce è sempre meno sufficiente a garantire non tanto la crescita dei consumi ma la stessa sopravvivenza. In questa gabbia di sistema mercatistico ci si è infilato quasi tutto l’occidente del mondo. Ed ora si attende che la bolla dei consumi sia rigonfiata dai nuovi mercati che stanno generando miliardi di persone affamate di riscatto sociale consumistico: Cina, India e Brasile su tutti. Ma dove sono le risorse primarie, energetiche ed ambientali della terra per reggere quest’imminente assalto? La risposta è semplice: se i modelli di consumo e soprattutto i modelli di produzione restano quelli attuali il pianeta non reggerà.
Ma questo è solo uno degli scenari possibili. Forse il più probabile se il mercato, inteso come promotore delle evoluzioni delle opportunità economiche e quindi della produzione e dei consumi, viene lasciato alla guida delle evoluzioni sociali e politiche.
Ma che ruolo ha giocato in questa partita la comunicazione? Un ruolo pessimo, anch’esso al servizio del sistema perverso che segue la logica “push”. Cioè “spingere” la gente a fare ciò che al più forte e più potente conviene. Tanto è che la comunicazione è ancora ad oggi agli occhi dei più sinonimo di pubblicità. Non è così. Se la comunicazione è solo al servizio di chi offre allora è pubblicità, ma se è vera comunicazione è al servizio di entrambe le parti ed allora è costruzione di valori.
[1] Mercatismo: neologismo con il quale viene indicata la propensione contemporanea a credere che ogni cambiamento richiesto dall’andamento del mercato è utile e necessario alla società. Rif.: “La paura e la speranza” di Giulio Tremonti, Mondatori editore, 2008.
[2] PIL: Prodotto Interno Lordo di un paese in un anno. Somma del valore di mercato dei beni finali prodotti al lordo degli ammortamenti.
[3] Tratto da “La dittatura del PIL – Schiavi di un numero che frena lo sviluppo” di Pierangelo Dacrema, Editore le Maschere Marsilio, 2007.
[4] Tratto da “Buon Appetito” di Michele Bruno e Piero Riccardi, Servizio giornalistico di “Report” RAI 3 del 13 aprile 2008.
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Apre il laboratorio del pensiero libero e collettivo per costruire insieme un futuro migliore.
Ora ho davvero una notizia che tengo a darti…
E’ on line www.nextmediterranean.org il sito che d’ora in poi raccoglie idee di chiunque si vuole impegnare o è già impegnato nell’individuazione di nuovi modi di vivere e lavorare che siano compatibili con il benessere psico-fisico dell’uomo e la salute del pianeta Terra.
Nel 2010 il Mediterraneo diventerà un’area di libero scambio tra le più grandi del mondo. Ci sarà bisogno di pace, sviluppo condiviso, integrazione tra culture e rispetto dell’ambiente.Per questo a un’economia sostenibile occorre pensare oggi.
Collegati al sito e contribuisci anche tu. Il futuro sarà migliore se impariamo a sognare, pensare e fare insieme.
Per cominciare puoi anche commentare anche alcuni dei miei post che trovi qui… http://www.nextmediterranean.org/author/stefano-petrucci/
Sarei felice di sapere che in questo progetto entri anche tu.
Stefano
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MEETING per un’azienda attenta
Ore 13.00
assaggio di prelibatezze biologiche
a cura di Liliana Coppola
INTERVENTI (dalle 14.30 alle 16.00):
sul tema dell’agricoltura biologica:
Mimmo Ciccarese
Consorzio Puglia Natura
tecnico ICEA (Istiuto Certificazione Etica e Ambientale)
collabora con AIAB
sul tema del recupero creativo dei materiali:
Luciana Delle Donne
Officina Creativa
sul tema degli eventi ecosostenibili:
Dario Falsanisi
Treendy.org
sul tema del turismo responsabile:
Sergio Fadini
presidente nazionale dell’Associazione Il Vagabondo
sul tema della mobilità sostenibile:
Rino Carluccio
urbanista
sul tema della vita sobria e sviluppo sociale:
Angelo Salento
docente di sociologia dei processi economici
Università del Salento
…A seguire un dibattito su come attuare idee condivise che riguardano i temi trattati in Oltrelinea.
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