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Pietra Leccese, zucchero antico.

Autore Teto | 13 Gennaio 2008

Ho sempre pensato che la differenza tra un bambino che cresce in una grande città ed uno che cresce in una piccola è la forza identitaria. I piccoli contesti sviluppano, nel bene nel male, un maggior senso identitario ed il processo di simbolo e metafora tra le proprie caratteristiche personali e quelle ambientali, civili, tradizionali, culturali, architettoniche, paesaggistiche che rendono unica la culla della crescita.
Cos’è che segna il dna culturale di un bimbo salentino? Io non ho mai avuto dubbi: la nostra pietra.
Ieri passeggiavo nel centro storico con la mia famiglia. Nel rivedere la zona della Chiesa Greca, non perdevo occasione per cominciare a far notare a mia figlia Sara, alcune curiosità della pietra con cui erano costruite le case, i palazzi, le chiese. “Guarda Sara, vedi? Questa è la pietra leccese, ete propriu noscia, te li salentini. Sulu nui la tenimu. Ete toa“. I giochi di luce nella sera, le ombre, i gialli e i bianchi, offrivano sempre nuovi modi di interpretare quella materia, così tenera, così resistente, così chiara e così calda. E così, come giochiamo a scovare forme strane tra le nuvole che si muovono, cominciamo a immaginare cosa nasconde realmente quella pietra che riveste i palazzi.
Le prendo la manina e le faccio toccare la pietra, le parti lisce, le parti ruvide ed arricciate dall’acqua e dal tempo, le parti scolpite per creare ornamenti.
Piano piano arriviamo vicino a Palazzo Celestini e restiamo folgorati dalla Chiesa di Santa Croce.

lecce_scroce_.jpg“Sara, alza gli occhi. Guarda lì, una chiesa fatta tutta di marzapane. Sembra proprio di pasta di mandorla.” “A me sembra panna” dice lei. “Anzi forse è meringa” dico io, “Una cosa è certa: è tutta di zucchero”. “Sembra la casa di una principessa” dice Sara. “E’ vero, il barocco ha forgiato la pietra come i ricchi abiti di una principessa e come le succulente decorazioni di una torta.”

barocco.jpgAd un certo punto ha cominciato ad aumentare la salivazione e diventava irrefrenabile la tentazione di mangiare l’intera chiesa. “Sara, Silvia, viene anche a voi la voglia di mangiarvi Santa Croce?”. “Si, si…” “Guardate, deve essere davvero buona! Guarda come sono morbide quelle forme, croccanti e cremose nei punti giusti”.
A quel punto abbiamo cercato di sfogare le nostre voglie bramando di trovare un gigantesco “sciù” (dolce pieno di meringa) al bar Prato.
“Mi spiace”, ha risposto il pasticcere “se proprio volete sciù dovete venire la domenica”.
“Temevamo fosse così. Ma ci abbiamo dovuto provare, abbiamo visto Santa Croce e ci ha assalito la voglia di meringa. Ci ha mai pensato che Santa Croce è interamente fatta di meringa e pasta di mandorle?”
Mi risponde nel dubbio che parlassi seriamente o stessi scherzando: “Veramente no”.
“Beh! Provi a pensarci”.

lavorazione_marzapane.jpg lemonmeringue.jpg

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Categoria: Articoli | 1 Commento »

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Una risposta a: “Pietra Leccese, zucchero antico.”

  1. roberto scrive:
    13 Gennaio 2008 ore 22:39

    ……i bimbi dormono,ma io ora scendo ad accarezzare S.Croce e sporcarmi le mani come un bimbo globalizzato fà con la nutella,hai ragione noi dobbiamo farlo con i nostri figli……io lo faccio quando facciamo la gara dei pasticciotti per eleggere il pasticciotto più buono….sono anni che la faccio ma perfortuna non l’abbiamo ancora finita.
    per non parlare dei ricci e di tutto quello che il nostro mare e la nostra natura ci regalano ogni giorno….speriamo che anche la nostra università possa essere come la pietra leccese,il pasticciotto,i ricci e tutto quello che le nostre mani e i nostri occhi il nostro cuore e il sorriso che i nostri piccoli meritano ogni giorno fino a quando anche loro grideranno SIMU LECCESI

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